19/08/2015

18/08/2015
Colombia, le Farc chiedono di incontrare il Papa a Cuba




Guerriglieri delle Farc

 

Il Presidente dei Vescovi: «È realizzabile». Le Forze armate rivoluzionarie propongono anche l'integrazione nel tavolo dei negoziati di un delegato della Santa Sede

Domenico Agasso jr
Torino

Adesso la richiesta – doppia - è ufficiale. Le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) hanno comunicato di avere domandato un incontro con papa Francesco in occasione della sua visita a Cuba dal 19 al 22 settembre. Lo rivela Il Sismografo, sito di informazione vicino alla Santa Sede. Non «solo». Le Farc chiedono anche l'integrazione nel tavolo dei negoziati di un delegato permanente del Vaticano. Le due proposte sono state già trasmesse all'Episcopato della Colombia.

 Le Farc, nella persona di Antonio Lozada, uno dei negoziatori della guerriglia nel tavolo dell’Avana dove si tratta, da oltre due anni, la pace per la Colombia, hanno comunicato di aver chiesto ufficialmente un incontro con papa Francesco in occasione della sua visita all'Isola cubana: «Vogliamo studiare la possibilità di un incontro, ma sappiamo che è una cosa che devono studiare il Vaticano e il governo cubano»; Lozada poi ha aggiunto: «Noi stiamo proponendo che nelle negoziazioni vi sia anche un delegato di papa Francesco anche se sappiamo che si tratta di un qualcosa che devono chiedere insieme entrambi le parti».

  Per monsignor Castro Quiroga, arcivescovo di Tunja e presidente dell'Episcopato, un incontro tra papa Francesco ed esponenti delle Farc a Cuba «è una possibilità realizzabile». Il Presule ha voluto precisare: «È una cosa che non dipende da noi e riguarda il governo di Cuba nonché la Chiesa cubana». L'Arcivescovo ha anche sottolineato che il Papa è informato sui negoziati in corso per la pace in Colombia e sicuramente sarebbe utile per lui avere notizie dai protagonisti delle trattative. Con le Farc, ha aggiunto, «abbiamo parlato su questi temi, in particolare su cosa fare affinché il desiderio di Francesco, dare un aiuto al raggiungimento della pace, si possa concretizzare in un modo pratico, come per esempio, attraverso un suo delegato». «Tutti vedono positivamente una partecipazione del Papa in questo processo», ha poi osservato Quiroga.

 Intanto, Quiroga ha riconosciuto che tra i colombiani serpeggia una certa delusione per l'allungarsi del processo di pace, e poi ha precisato: «Sono negoziati seri e ora occorre ridare speranza alla Colombia. È una cosa giusta e necessaria». Giovedì prossimo le parti riunite a L’Avana avvieranno conversazioni con rappresentanti dell'Episcopato colombiano e con alcuni giuristi.

 Nel frattempo ieri, a L’Avana, le Farc si sono riunite con esponenti dell'Episcopato colombiano, guidati da Quiroga. La conferma della riunione è stata data tramite Twitter da «Iván Márquez», alias Luciano Marín Arango, dirigente della «guerriglia più antica del mondo», si legge sul Sismografo. Oltre al Presidente dei Vescovi erano presenti anche il segretario della conferenza di conciliazione, padre Darío Echeverri, e monsignor Nel Beltrán.

 

 

19/08/2015
Francesco, geopolitica del Vangelo

 

L'incontro chiesto dalle Farc riaccende i riflettori sull'azione del Papa e della Santa Sede per il dialogo in America Latina e nel mondo

ANDREA TORNIELLI
Città del Vaticano

 

La richiesta ufficiale da parte delle Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, di un incontro con Papa Francesco durante la sua ormai prossima visita a Cuba, e della partecipazione al tavolo dei negoziati di un delegato permanente della Santa Sede, riaccendono i riflettori sul ruolo geopolitico del Pontefice argentino.

 

Il risultato più significativo raggiunto finora è certamente il «disgelo» tra Stati Uniti e Cuba, con entrambi i leader - i presidenti Barak Obama e Raul Castro - che hanno pubblicamente ringraziato Francesco e il Vaticano per la mediazione. Anche se in realtà, in quel caso, come ha rivelato lo stesso Bergoglio, a essere determinante non è stata tanto la mediazione vaticana, quanto la volontà dei due presidenti, entrambi bisognosi di trovare un terreno veramente neutro dove trattare. «Il processo fra Cuba e Stati Uniti - aveva detto il Papa il mese scorso - non ha avuto il carattere di mediazione. C’era un desiderio che era arrivato. Dall’altra parte anche, desiderio… poi sono passati tre mesi in cui soltanto ho pregato su questo… Ma poi il Signore mi ha fatto pensare a un cardinale. Lui è andato lì, ha parlato, e poi non ho saputo niente, sono passati mesi, e un giorno il Segretario di Stato mi ha detto: "Domani avremo la seconda riunione con le due équipes" – "Come?" – "Sì, si parlano, fra i due gruppi si parlano e stanno facendo"…. Da solo è andato... è stata la buona volontà dei due Paesi; il merito è loro, sono loro che hanno fatto questo».

 C'è chi vorrebbe paragonare il ruolo che sta avendo Francesco in America Latina e quello avuto da Giovanni Paolo II nei Paesi dell'Est e nella caduta del comunismo. Ma il confronto non regge. Innanzitutto perché è cambiata la geopolitica e il mondo non è più diviso in due. E poi perché all'origine di questi passi del Papa argentino con radici italiane non c'è innanzitutto un'identità culturale latinoamericana o un pensiero politico strutturato, ma più semplicemente un approccio evangelico e realistico ai problemi del globo. Quello stesso approccio che anche Papa Wojtyla ha dimostrato quando, dopo la caduta soft del comunismo, ha rifiutato di farsi incasellare nel ruolo di cappellano dell'Occidente implorando - invano - i suoi vecchi amici e alleati nella lotta anticomunista di non fare le due guerre in Iraq, dimostratesi dense di conseguenze negative per la regione.

 Con la sua geopolitica del Vangelo, Francesco sta ridando voce a chi non l'aveva o non l'aveva più. Sta cercando di coinvolgere tutti in processi di dialogo e di negoziato, senza preoccuparsi dei veti politicamente corretti dei maître à penser occidentali. Questo approccio libero da progetti geopolitici e identitari è dimostrato dal fatto che due anni e mezzo dopo la sua elezione Papa Bergoglio non è ancora tornato nella sua Argentina. E dovendo scegliere tre tappe per il suo primo viaggio nei Paesi ispano-parlanti del Sud America ha preferito iniziare con nazioni piccole e non «potenti», come Ecuador, Bolivia e Paraguay, aiutando i processi positivi in atto per l'instaurazione di nuovi modelli di sviluppo.

 Non si deve infine dimenticare che lo stesso realismo e la stessa libertà messi in atto nel dialogare con Castro, con Evo Morales, con i movimenti popolari latinoamericani e ora probabilmente con le Farc, hanno permesso al Papa di guardare a Vladimir Putin per bloccare l'intervento armato in Siria nel 2013, e di denunciare dietro le guerre di religione i grandi interessi economici che vogliono far passare quanto accade in Medio Oriente come lo scontro finale tra cristianesimo e islam.

 

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