Prof.ssa Bianchi

LA SCACCHIERA DAVANTI ALLO SPECCHIO

di Massimo Bontempelli

 

 

CAPITOLO PRIMO

Epoca di questo racconto

 

Non sono mai riuscito a imparare a giocare a scacchi.

Gli scacchisti  appassionati  dicono  che  questo  è un grave difetto. Dicono:  Chi non sa giocare a scacchi non sa ragionare, chi non sa ragionare non sa cavarsela nelle  difficoltà  della  vita, chi non  sa cavarsela è un uomo da nulla, destinato alla miseria, eccetera. Ma c'è qualcuno di quegli scacchisti appassiona­ ti, che mi vuol bene. E allora non può  persuadersi che io non sappia giocare a scacchi, e cerca d'inse­ gnarmi.

Poiché  io non  imparo, ci si addolora, e mi dice:

- Non riesco a capire perché mai tu, che in fondo sei una persona ragionevole, sai cavartela, non  sei un uomo  da nulla,  non  sappia  giocare  a scacchi. Pare che gli scacchi ti facciano suggezione .Io non  gli  rispondo, ma so che senza accorgersene detto giusto:

gli scacchi mi fanno suggezione.

Perché una volta (è venuto il momento di raccontarlo) una volta, una sola, nella mia vita, anche senza giocare, ho avuto una lunga e complicata faccenda con un gioco di scacchi. Fu quando avevo dieci anni. Era dunque  parecchi, anzi molti, anni fa. Quanti?

I miei lettori, se ci tengono, possono fare facilmente il conto: basta scrivere la mia età presente, metterci sotto il numero 10, e fare la sottrazione. Ne risulterà che l'età di dieci anni io l'avevo parecchi anni prima che scoppiasse la guerra europea. E questo è quanto basta. Di qualunque fatto si parli l'importante è sapere se avvenne prima della guerra, oppure dopo. Il più o il meno non conta. 


CAPITOLO SECONDO

Spiegazione del titolo

 

Avvenne dunque un giorno, prima della guerra europea, - e precisamente quando avevo dieci anni - avvenne che io fui chiuso, solo, in una certa stanza. È perfettamente inutile raccontare perché mi avessero chiuso in quella stanza, tanto più che non lo ricordo. Sono incidenti che possono accadere a tutti quelli che hanno dieci anni. Qualche volta accadono anche in età molto più avanzata, e allora il fatto è più grave. Quella volta il fatto non era grave, tant'è vero che non ricordo perché mi avessero condannato a quella reclusione; la quale, diciamolo subito, non durò che poche ore. Chiudendomi in quella stanza mi dissero:

- E non uscirai di qui fin che non veniamo ad aprirti. Io pensai: «Naturale! se non vengono ad aprirmi, come faccio a uscire di qui? ».

Mi dissero ancora:

- Sta' attento a quello specchio, che non è da rompere.

Perché nella stanza c'era un grande specchio, appeso a una parete e poggiato con la cornice inferiore sopra il piano di un caminetto. (Anche questa seconda raccomandazione mi parve piuttosto superflua, perché tutti, anche a dieci anni, sanno che gli specchi non sono fatti per romperli).

Ci fu una terza e ultima ingiunzione, e fu la seguente:

- E non toccare quella scacchiera.

Infatti sul piano del già ricordato caminetto c’era una scacchiera con su tutti i suoi pezzi, i bianchi e i neri, disposti nelle relative caselle: trentadue pezzi, perché, chi non lo sapesse, i pezzi degli scacchi sono trentadue, come i denti dell'uomo.

Essendo posata sul piano del caminetto, la detta scacchiera veniva a trovarsi davanti allo specchio.

Ed ecco spiegata subito, fin dal secondo capitolo, la ragione del titolo di questo racconto.

 

 

CAPITOLO TERZO

Inventario completo della stanza

 

Appena fui solo nella stanza, m'affacciai alla finestra. Ma di là non si vedeva niente d'interessante: c'era una via piuttosto stretta, e in faccia un muro bigio, senza finestre, senza cartelloni, senza avvisi teatrali, senza niente. Chiusi la finestra. E andai verso lo specchio: il famoso specchio da non rompere. Ma non arrivavo a vedermici: mi mancava ancora qualche anno. Me ne scostai, sempre tenendoci fissi gli occhi, fino ad andarmi ad appoggiare con le spalle alla parete di contro. Ma neppure di là riuscivo a vedermi nello specchio, perché il caminetto era piuttosto alto, e io piuttosto basso.

Quanto allo specchio, esso era un po’, vecchio, verdognolo. Vi si rifletteva, naturalmente, la parete su cui io ero appoggiato. Era, come tutta la stanza, tappezzata d'azzurro. E su non c'era nulla.

Ripensandoci, non riesco a ricordare che in tutta la stanza vi fosse niente altro che i seguenti oggetti:

lo specchio,

la scacchiera,

io.

Mi domando se non c'era almeno una sedia. Forse c'era, ma non me ne  ricordo. Non riesco cioè a ricordarmi se io, prima dell'avventura che seguì - e che racconterò puntualmente - stessi in piedi, o seduto, o un po' seduto e un po' in piedi. Oggi ci farei caso; ma quando si hanno dieci anni stare in piedi o state seduti fa perfettamente lo stesso.

 

CAPITOLO QUARTO

Prima stramberia

 

Eccoci dunque in tre, come ho detto:

io,

lo specchio,

la scacchiera.

Io guardavo lo specchio, lo specchio rifletteva la scacchiera. Ho già detto che lo specchio era vecchio e leggermente verdognolo. Io osservai subito che i pezzi della scacchiera riflessi nello specchio erano, tanto i bianchi quanto i neri, più pallidi di quelli veri, e coi contorni meno nitidi, quasi sfumati: anzi, fissandoli un po' a lungo, là dentro, mi pareva che avessero una leggiera vibrazione, come le erbe e i sassi che si vedono dentro l'acqua di un laghetto o d'uno stagno.

Non ho ancora accennato a una cosa importante: cioè che lo specchio, appoggiato sul marmo del caminetto, era leggermente inclinato in avanti. Perciò la scacchiera e i trentadue pezzi che vi si vedevano non stavano sullo stesso piano dei trentadue pezzi veri, ma sembrava si arrampicassero sopra un leggiero declivio.

Di là, i pezzi specchiati guardavano i pezzi veri; ognuno il suo compagno: il Re bianco guardava al Re bianco, la Regina nera alla Regina nera, e così via; e quelli di là, stando cosi in alto e un po' di sbieco, pareva che guardassero quelli di qua con una aria di superiorità sprezzante. Quelli di qua, a volta loro, si lasciavano guardare impassibili, e pareva che con questa indifferenza si vantassero forse d'essere più coloriti, più nitidi, e ben posati su di un piano perfettamente orizzontale.

Mi alzai una volta ancora in punta di piedi, per vedere se riuscivo a scorgere almeno un po' della mia persona nello specchio. Ma era inutile. Ho detto poco fa che non ricordavo se vi fosse nella stanza una sedia: penso ora che certamente non v'era, altrimenti sarei salito in piedi su quella.

Ma cosl stirandomi in su, feci la seguente riflessione: « In quello specchio c'è tutto quello che c'è in quella stanza, la parete azzurra, la scacchiera, i pezzi: dunque ci devo essere anch'io ».

Allora accadde una cosa buffissima.

Accadde che il Re bianco - non quello vero, che era di qua; quello riflesso e un po' più pallido, ch'era di là - il Re bianco cessò di fissare, traverso la superficie dello specchio, il suo compagno, e guardò invece verso me, si scosse un poco, e parlò.

Parlò proprio a me, e come se avesse letto nel mio pensiero, mi disse: - Sicuro che ci sei. Sei qui sotto.

Vieni anche tu di qua, e ti vedrai.

Tutte le volte che ho ripensato a quel momento, e anche ora che lo racconto, mi è parso, e mi pare, che il fatto fosse strambissimo e quasi incredibile.

Invece allora non ci trovai nulla di strano. Risposi tranquillamente:

- Verrei volentieri, ma prima di tutto non so come fare; in secondo luogo Ella deve sapere che mi hanno ordinato di non muovermi di qui fin che non vengono ad aprirmi.

Il Re bianco di là dallo specchio mi fece un'obiezione:

- Quando dico che sei qui, intendo che qui c'è un altro come te: la tua immagine, via: siete due, come io e quel Re bianco che sta costì dalla tua parte. Dunque se tu vieni di qua mi pare che naturalmente la tua immagine verrà di là, e cosi ci sarà sempre qualcuno per qualunque evenienza.

- Allora - obiettai - non è vero che incontrerò me stesso di là.

- Hai ragione. Ma sarà sempre una gita interessante.

- Lo credo - gli risposi. - Ma rimane sempre la prima difficoltà: non so come fare a venirci. Se Ella volesse insegnarmi...

Il Re bianco dello specchio mi ammoni severamente:

- Con la Volontà si riesce a tutto.

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15/09/2019
 

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